Quasi cento vittime all’anno! Così si muore di sport in Italia

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logo-fondazione-castelliDal 2006, in Italia, ci sono state 590 vittime in attività sportive. Solo nel 2012 si contano 43 decessi tra i ciclisti e 28 tra i giocatori. Tutti dati raccolti dalla Fondazione Castelli intitolata al diciassettenne Giorgio stroncato da un infarto sul campo. Da ottobre è arrivato l’obbligo del defibrillatore per le società dilettantische e professionistiche. Ma l’attuazione della norma è lontana. Quanto fa scalpore la morte improvvisa di uno sportivo? Casi eclatanti come quelli dei calciatori Renato Curi e Piermario Morosini hanno emozionato tutti e sono entrati a far parte del sapere comune degli italiani. La lista è lunga e arriva fino agli ultimi avvenimenti legati alla morte del pallavolista Vigor Bovolenta. Ma lo sport non è soltanto professionismo. Tra i dilettanti, in campi di calcio con zolle di terra sconnessa, in palestre dove il parquet resta un sogno, anche i decessi, quasi sempre legati a problemi cardiaci, continuano ad appartenere a una categoria inferiore, così tanto da fare meno notizia di altri. Eppure dal 2006 il numero dei morti in attività sportive è impressionante, 590 in Italia, tutti deceduti per varie cause, come la mancata prevenzione, il ritardo dei soccorsi, l’assenza di un defibrillatore. Non si tratta soltanto di calciatori dilettanti, ma anche di ciclisti, ragazzi che svolgevano attività sportiva durante l’ora di educazione fisica, e persino dirigenti di piccole società. È un elenco dalle proporzioni drammatiche se si considera che ancora oggi si sta facendo poco per combattere il fenomeno. Secondo il Decreto Sanità approvato a ottobre 2012, le società professionistiche e dilettantistiche (e le strutture per attività non agonistica) avranno l’obbligo di un defibrillatore semiautomatico in campo e di formare operatori di primo soccorso che sappiano utilizzare i macchinari. Ma a quanto sembra l’attuazione della normativa è ancora molto lontana, complice la difficile situazione politica di questi mesi. L’ultimo caso di cronaca è quello del calciatore dilettante Alessio Miceli, 34 anni, morto durante una partita di Seconda categoria domenica 27 gennaio, nella provincia di Lecce. Già lo scorso dicembre in Sardegna si era consumato il dramma di Luca Loru, 32enne del Gonnosfanadiga, per il quale aveva espresso cordoglio anche il portiere della Nazionale Gigi Buffon. Secondo i dati della Fondazione Castelli, l’unica in Italia che dal 2006 tiene un registro delle morti improvvise durante l’attività sportiva, nel 2012 i decessi del ciclismo, con 43 morti, quasi tutti oltre i 40 anni, sono stati superiori ai 28 che si sono verificati durante attività legate al calcio e al calcetto. La Fondazione è nata per ricordare Giorgio Castelli, giovane calciatore dilettante, morto a 17 anni sul campo di gioco per un arresto cardiaco mentre si allenava con la sua squadra. Nel febbraio 2006 si accasciava tra le braccia del fratello gemello Alessio e del fratello maggiore Valerio, sotto lo sguardo attonito dei compagni di squadra. “Ci siamo imposti di fare di tutto per evitare altri dolori – dichiara il dottor Vincenzo Castelli, presidente della Fondazione – In Italia manca la cultura dell’emergenza e dobbiamo cercare di rimediare al più presto”. In circa sei anni la Fondazione Castelli ha portato avanti il proprio progetto, con un’attività di formazione presente soprattutto nel Lazio. Nel corso degli anni sono state preparate circa 6500 persone, che in gran parte svolgono il ruolo di operatori sportivi, e sono stati donati oltre 300 defibrillatori. Ma l’idea di un registro delle morti improvvise in ambito sportivo in Italia è una novità e ora i numeri fanno davvero paura. “Tenere un conteggio di questo genere non è semplice – dice Castelli – È un sistema di ricerca partito da gennaio 2006. Le notizie dei decessi vengono rilevati dal web, dalla carta stampata e dalla tv. Tutti i casi vengono valutati con cura. Purtroppo a livello nazionale non esiste ancora un registro ufficiale di questo genere. E quello della Fondazione Castelli è soltanto un database che misura la punta dell’iceberg del fenomeno delle morti improvvise di chi fa sport”. Il registro non aiuta soltanto a evidenziare i numeri. “In alcuni casi è possibile che alcune patologie siano comuni a più membri di una famiglia – spiega sempre Castelli – Grazie all’attività di ricerca e alla prevenzione si potrebbe capire di più, per scoprire nuovi casi e agire di conseguenza”. La situazione attuale nel mondo dello sport dilettantistico e amatoriale è difficile da inquadrare. Si sottovaluta la prevenzione e l’aiuto che può dare la visita medico-sportiva, e molte società, soprattutto nel calcio, preferiscono risparmiare sui costi, nonostante bilanci di fine anno che per molte squadre non sono così bassi. Investire su un defibrillatore (il costo varia dai 1000 ai 2500 euro) è un’idea che raramente viene presa in considerazione. Ma in una situazione generale piuttosto negativa non mancano le buone iniziative. In Sardegna la Provincia di Sassari nel 2010 ha dato il via al progetto Cuore nello sport, per dotare tutti i 66 Comuni del Sassarese di un defibrillatore DAE (omologato e autorizzato). Proprio dall’hinterland sassarese arriva l’esempio di una piccola società di calcio, il Malaspina Osilo, che durante le gare di campionato ha sempre presenti tre persone abilitate al primo soccorso e un defibrillatore. Prima dell’inizio di ogni partita, il Malaspina informa l’arbitro sulla situazione. Ma i defibrillatori non bastano. Addestramento per le manovre di rianimazione (il corso BLS D, “basic life support defibrillation”) e nozioni di primo soccorso sono fondamentali, ed è dimostrato che così i defibrillatori possono fare molto per salvare la vita. “La dimostrazione è presente in uno studio dell’americano Jonathan Drezner – conclude Castelli – nelle High School degli Stati Uniti, dove sono attivi progetti PAD (luoghi di pubblico accesso forniti di macchine di defibrillazione). Qui Drezner ha evidenziato un indice di sopravvivenza del 65 per cento, rispetto a scuole dove prima il progetto PAD non era attivo, e dove l’indice di sopravvivenza si attestava all’11 per cento”.

 

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